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Vendite giudiziarie immobiliari – Seminario sul tema “Il sistema delle vendite giudiziali immobiliari. Profili istituzionali, economici, sociali” in Bankitalia Milano – Assoedilizia e Università degli Studi, Osservatorio dei diritti immobiliari

A s s o e d i l i z i a

 

Seminario Banca d’Italia-Osservatorio Immobiliare dell’Università degli Studi di Milano-Assoedilizia

DISFUNZIONE DEL SISTEMA DELLE VENDITE GIUDIZIALI IMMOBILIARI – ASTE GIUDIZIARIE

Il sistema delle vendite giudiziali immobiliari rappresenta una seria criticità nel nostro Paese, dal punto di vista sia sociale, sia economico: per la dimensione del fenomeno (nel solo 2018, 245.000 aste immobiliari in Italia) in grado di determinare gravi danni a creditori (istituti di credito, imprese, condomini), debitori (famiglie, persone, imprese), e sistema di finanziamento dell’abitazione, a causa dell’incremento del relativo costo. Come confermato da alcuni dei più qualificati esperti italiani e stranieri nel corso di un Seminario organizzato nella sede di Milano di Bankitalia da Assoedilizia, Università degli Studi di Milano-Osservatorio dei Diritti Immobiliari.

Il Seminario “Il sistema delle vendite giudiziali immobiliari. Profili istituzionali, economici, sociali” – cui  hanno partecipato oltre 200 invitati, tra operatori, esperti, studiosi – ha fatto seguito al dibattito congiunto Osservatorio dei diritti immobiliari-Assoedilizia apertosi presso l’ Università degli Studi di Milano e proseguito nella sede di Assoedilizia con la presentazione di uno studio di ABI-Associazione Bancaria Italiana.

Aperto dai tre coorganizzatori – il direttore della sede di Milano di Bankitalia Dott. Giuseppe Sopranzetti, la prorettrice dell’Università Statale di Milano e presidente dell’Osservatorio dei Diritti Immobiliari Prof.sa Marilisa D’Amico e il presidente di Assoedilizia Avv. Achille Colombo Clerici – ha visto quali relatori il Prof. Andrea Bassi, Master Valutazioni Immobiliari, Politecnico Milano; il Prof. Edoardo Croci, GREEN, Università Bocconi Milano; il Dott. Luca Dondi, Direttore Nomisma; il Prof. Jean Ergas, Chief Economist Tigress Finanzial Partners LLC, New York;  la Dott.ssa Marianna Paolini, Intrum Italy S.p.A.; il Prof. Ferdinando Parente, Università Liuc Carlo Cattaneo, Castellanza; il Dott. Angelo Peppetti, Ufficio Crediti Associazione Bancaria Italiana-ABI; l’Avv. Lorenzo Platania, Dottore di Ricerca in Diritto Costituzionale, Università degli Studi Milano; l’Avv. Cesare Rosselli, Segretario Generale Assoedilizia; il Prof. Gianroberto Villa, Ordinario di Diritto privato, Presidente del Collegio Didattico Interdipartimentale, Università degli Studi Milano. Coordinatore: Dott. Saverio Fossati, Il Sole 24 Ore, Moderatore: Dott. Mario Sanna, Inviato Speciale di Economia di Rainews.

“L’Italia sta vivendo un momento importante – ha detto Sopranzetti – perché il Paese sta uscendo da quella che è stata definita la peggiore crisi in tempo di pace, e già nel 2018 ci sono stati segnali positivi. Tuttavia, in un periodo in cui la congiuntura globale vira verso una riduzione della ripresa, complici incertezze politiche, economiche e commerciali, tra cui la Brexit e il braccio di ferro sul trade tra Cina e Stati Uniti, occorre tornare sul tema delle riforme da portare avanti. L’obiettivo è acquisire credibilità, elemento fondamentale della fiducia degli investitori italiani ed esteri.  In tale contesto si inserisce anche il tema dei crediti e degli Npl: nonostante i progressi realizzati finora, ancora molto lavoro va fatto”.

D’Amico ha offerto il supporto dell’Osservatorio Immobiliare da un punto di vista scientifico e costituzionale all’importante questione delle vendite giudiziarie, analizzata sia in chiave generale con un ragionamento sulle problematiche urbanistiche dei cespiti oggetto di esecuzione forzata individuale o procedura concorsuale, sia da un punto di vista processuale e con attenzione anche alle prassi giudiziarie operanti in alcuni Tribunali.

E’ toccato a Colombo Clerici delineare i punti più rilevanti del macrofenomeno.

La dimensione economica del problema, secondo stime attendibili in assenza di dati precisi, ammonta a 88 miliardi di euro (valore di perizia dei beni staggiti) cui corrisponde un valore di pubblicazione d’asta di 44 miliardi: il ricavato effettivo delle vendite si attesterebbe sui 25 miliardi. Quindi uno scarto tra valori attesi e valori di realizzo, dell’ordine di 63 miliardi.
Tra gli effetti negativi, l’abbassamento del rating degli Npl bancari e il mancato esdebitamento dei debitori. In altre parole decine di migliaia di famiglie e di imprenditori sono costretti a continuare a pagare i debiti nonostante la perdita dei beni in loro possesso. In molti casi si tratta di soggetti che vivono in condominio e subiscono esecuzioni immobiliari per spese condominiali non pagate.
Siamo in presenza di una grossa disfunzione del sistema delle vendite giudiziali immobiliari evidenziata macroscopicamente dalla durata media delle procedure che in Italia è di 1,100 giorni, contro ad esempio i 550 della Spagna ed i 410 della Germania. Ma sussiste anche una disomogeneità a livello geografico: la durata delle procedure è maggiore (più 10/15%) al Sud rispetto al Nord.
Sono stati varati provvedimenti legislativi per ridurre i tempi delle procedure esecutive, favorire l’utilizzo degli strumenti di gestione delle imprese in crisi, creare infrastrutture di supporto al funzionamento delle procedure ed alla gestione dei crediti deteriorati.   Mentre nel quadro della riforma della P.A. sono previsti: l’assunzione di nuovi 900 magistrati, l’utilizzo di fondi europei strutturali e semplificazioni procedurali. Inoltre, nel disegno di legge concretezza seguito dal ministro della Funzione Pubblica Giulia Bongiorno, ai fini del rinnovamento funzionale della P.A., si prevede anche il riconoscimento digitale dei dipendenti pubblici, ai fini della attestazione della presenza sul posto di lavoro.

“Il mercato del credito sta dando segnali di miglioramento, sia per quanto riguarda il fronte consumer sia per quanto riguarda i mutui. Si registra un aumento delle nuove erogazioni, complice anche la maggiore capacità di indebitamento delle famiglie italiane”. Lo ha detto Angelo Peppetti dell’Ufficio Crediti dell’Abi, sottolineando che si vedono effetti positivi anche da un punto di vista distributivo.

Per Luca Dondi “nonostante le precarietà che caratterizzano un contesto esposto alle tensioni finanziarie il mercato immobiliare sta dando segnali incoraggianti. Anche sul fronte dei crediti garantiti da immobili sono stati fatti progressi e ci sono stati segnali di stabilizzazione positivi anche per le banche.” Per quanto riguarda il tema “complesso” delle garanzie immobiliari e dei crediti in sofferenza, Dondi ha spiegato che “si fa riferimento al sistema delle aste come a una possibile soluzione, ma si tratta di uno strumento solo parziale e residuale, perché riguarda anche il tema variegato della composizione delle garanzie immobiliari. Un aspetto cruciale è la valorizzazione degli asset sottostanti e, per fare questo, non ci sono soluzioni semplici o facili da identificare. Due sono le cose che servono. La prima è il tempo, perché il processo non è immediato e non esistono soluzioni magiche. La seconda sono le risorse economiche e gli investimenti.”

Per Ergas “l’Italia si trova sotto i riflettori. Dopo la grande recessione che ha sconvolto il mondo partendo dal comparto immobiliare Usa, è essenziale ristabilire un nuovo equilibrio ricapitalizzando le banche con un grande sforzo. L’Italia da decenni cresce meno degli altri Paesi industrialmente avanzati e nonostante i bassi tassi non c’è stata la ripresa del mercato. La prospettiva più probabile è di una relativa stabilità anche se per ora prevale una strategia di attesa da parte degli investitori, interni ed esteri.” Mentre Villa, ha ricordato come dal 1998 ad oggi si siano susseguite ben 8 riforme del sistema delle vendite giudiziali, che hanno portato addirittura ad un allungamento dei tempi delle procedure. Tuttavia il panorama non è così negativo in considerazione delle più recenti novità normative in materia. Funzioneranno?

Foto:

– Ferdinando Parente, Giuseppe Sopranzetti, Marilisa D’Amico, Achille Colombo Clerici

– Tavolo da sin. Saverio Fossati, Jean Ergas, Achille Colombo Clerici, Giuseppe Sopranzetti, Marilisa D’Amico,  Mario Sanna, Andrea Bassi

– Luca Dondi e Achille Colombo Clerici

– Gianroberto Villa

– Edoardo Croci

– Angelo Peppetti

– Cesare Rosselli

– Gruppo relatori/organizzatori

 

 

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QN Il Giorno pag. 24 – 12.01.2019 “Un’Europa da riassettare” (Achille Colombo Clerici)

Nell’ U.E non c’è solidarietà. Nei rapporti fra gli stati membri la “competitività” sembra intesa – più che a sostenersi a vicenda per una politica economica che sviluppi le rispettive e reciproche potenzialità per imporsi all’esterno – a mantenere separati e conflittuali gli interessi degli operatori economici dei vari Paesi, per “mangiarsi”  a vicenda i migliori pezzi dell’economia. Alla fine si finisce per essere mangiati dagli operatori dei “paesi esterni”.

A fronte di vincoli sanzionati se ne chiede inflessibilmente il rispetto da parte degli stati, anche se ciò può comportare sacrifici per i più deboli.

Mentre, al di fuori dell’area della sanzionabilità, si è sordi a qualsiasi richiamo a porre in atto politiche virtuose di comune interesse e di reciproco aiuto. Non possono essere infatti considerate tali, i sia pur numerosi programmi di sostegno alle regioni europee più povere che non risolvono il problema di fondo della disuguaglianza crescente tra Paesi e all’interno dei Paesi stessi.

Consideriamo il mancato reinvestimento del surplus commerciale da parte dei Paesi ricchi (Germania e Olanda in testa) pur stabilito dai trattati; e il mai sufficientemente lodato quantitative easing che, pur avendo salvato l’Europa dalle conseguenze più nefaste della grande recessione, ha finito per favorire i soliti Paesi ricchi, aumentando le disuguaglianze. La Bce ha infatti acquistato titoli di stato in proporzione al Pil dei singoli Paesi e, ovviamente, la Germania ha fatto la parte del leone ulteriormente arricchendosi.

Che dire, poi, dello sconcertante scaricabarile fra i vari Stati sulla questione dei migranti?

Ma, senza farci trascinare troppo lontano, limitiamoci a ricordare il trinceramento dei singoli governi, dietro la disfunzione di un sistema male impostato nell’assegnazione di sedi ed agenzie dell’Unione; per cui al momento buono a spartirsi l’utilità sono sempre gli stessi stati.

Tutto questo gioco all’insegna del “chi ha avuto ha avuto”, è miopia politica

Si indicano alcune soluzioni: un piano straordinario di investimenti per dare impulso alle infrastrutture economiche e sociali; un’assicurazione/ammortizzatore pan-europeo contro la disoccupazione; un bilancio e un ministro delle Finanze per l’Eurozona; l’acquisto da parte della BCE di titoli di stato dei Paesi con le spread più alto, ma con una bilancia commerciale in attivo, come nel caso dell’Italia, che bloccherebbe manovre speculative sullo spread.

Infine, ma certo non ultima per importanza, l’adozione di una politica economica europea verso il terzo mondo, in primis l’Africa, con gli immaginabili vantaggi che ne deriverebbero, a cominciare da una riduzione dell’emigrazione senza regole.

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“La mentalità e il progresso dei popoli” di Achille Colombo Clerici 7 gennaio 2019

La nostra è una cultura classica, ma non una cultura chiusa; sorda cioè alle istanze di rinnovamento improntato agli schemi di vita più moderni.

Una cultura che affonda le sue radici in epoche lontane, nelle quali il possesso della terra era il solo fattore di potere.

Chi possedeva la terra vi ancorava la sua vita e quella della famiglia, la sua attività.
Il possesso della ricchezza mobile era funzionale al mantenimento della terra.
Quando, con il processo di industrializzazione, si verifica il massiccio fenomeno dell’inurbamento delle popolazioni rurali, nella mentalità dominante, alla terra si sostituisce l’immobile urbano.

Il sistema delle famiglie è, in questo contesto, il vero fulcro della vita sociale ed economica dello Stato. E, nella famiglia, il fulcro della vita economica è rappresentato dall’immobile urbano.
Fino a qualche tempo fa era possibile mantenere in patrimonio l’immobile prescindendo dalla sua immediata redditività (parliamo degli immobili dalla scarsa funzionalità) perché lo stesso era in grado di conservare il suo valore nel tempo: tanto che si parlava dell’immobile come del salvadanaio, per antonomasia, del risparmio privato. Ora ciò non è più possibile, tanto è gravoso il carico fiscale e gestionale del patrimonio immobiliare.

Con l’adesione dell’Italia alla U.E. siamo entrati in un sistema di regole che prescindono dalle nostre scelte.
Ebbene, le istituzioni economiche internazionali, quali l’Ocse, il FMI, la Commissione Europea, la Bce, coltivano la convinzione che l’ammodernamento del nostro Paese passi attraverso una decisa e rapida trasformazione culturale, un cambio di mentalità.
Ci si deve spostare, dalla gestione individuale del risparmio direttamente esercitata dalla famiglia, ad una gestione collettiva, attraverso intermediari finanziari.
Ci sono dunque imposte virtuose, in grado di produrre crescita economica: sono quelle che, dissuadendo le famiglie dall’investimento diretto, possono indurle a spostare nel senso anzidetto i propri risparmi.
Ecco dunque la ragione dei ripetuti moniti provenienti a turno dai diversi soggetti internazionali affinché l’Italia sposti l’imposizione fiscale dalle persone alle cose, dal lavoro ai beni, dall’economia statica a quella dinamica o reale, che sarebbe poi, nella loro concezione, quella finanziaria.

Figlia di questa idea è la politica fiscale seguita dal Governo dei tecnici tra il 2011 ed il 2013.

Abbiamo assistito ad un pesantissimo inasprimento del carico fiscale su tutte le categorie di immobili; ma, come se non bastasse, si è varata una riforma catastale che, per esplicito riconoscimento del legislatore stesso, avrebbe potuto comportare gravi distorsioni, eliminabili attraverso “correttivi”, per altro macchinosi e di dubbia efficacia, di là da venire.

L’effetto psicologico sulle famiglie risparmiatrici è stato rovinoso: timori, perdita di fiducia. I valori immobiliari scesi vertiginosamente, il mercato bloccato. Un senso di impoverimento generale ha cominciato a diffondersi presso i risparmiatori immobiliari e non; i cittadini hanno ridotto drasticamente i consumi, e la crisi, da finanziaria che era, si è trasformata in crisi economica. Altro che imposte salutari ai fini della crescita: si è innescato un grave processo di recessione economica, i cui effetti di circolo vizioso stiamo ancora scontando.

Ma il danno non si è limitato ad una ingente perdita di ricchezza nazionale, derivante dal calo dei valori di tutto il patrimonio immobiliare italiano.

Ha avuto due altri gravi effetti collegati.
La crisi del mercato immobiliare ha generato una crisi del settore delle costruzioni con conseguente default di molte imprese.

Questo fattore, unito alla diminuzione dei valori immobiliari che si è ripercossa sul sistema delle garanzie reali in sede di finanziamenti bancari, ha dato luogo ad un abbassamento del rating degli Npl (non performing loans), creando serissime difficoltà alle banche. Altra perdita ingente di ricchezza per il Paese.

Non solo, ma il sistema bancocentrico di finanziamento del nostro apparato industriale/commerciale non ha potuto che risentirne.
Terzo effetto perverso.

Quindi, una mossa sbagliata, tre scacchi subiti.
Come strategia non c’è male.

Morale: il miglior risultato non si ottiene coartando le culture, sostituendo le mappe mentali, terrorizzando i cittadini, sradicando cioè le mentalità; ma assecondandole migliorandole con gradualità, in modo tale che nel proprio alveo esse dispieghino i migliori effetti.

 

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QN Il Giorno pag. 25 – 05.01.2019 “Pensioni da ripensare” di Achille Colombo Clerici

La storia della finanza mondiale ci ricorda che lo “schema Ponzi” non ha mai avuto esiti felici.

Se applicato dagli stati – pagando le spese con l’indebitamento pubblico – ha sempre portato a soluzioni nefaste. In antico a guerre. Negli anni Venti del Novecento al disastroso signoraggio praticato dalla Repubblica di Weimar.

Nella finanza privata, ha dato luogo a buchi spaventosi, con conseguenti tracolli a effetto domino.

A parte il caso del suo ideatore, divenuto proverbiale, pensiamo alla più recente vicenda Madoff.
Pagava gli interessi agli investitori, non con il reddito dei capitali accantonati, bensì con i versamenti dei nuovi sottoscrittori.
Il sistema, al redde rationem, è saltato.

La storia finanziaria è costellata di casi Madoff; oggi si rischia persino di perderne la memoria. Chi ricorda più il primo “banchiere di Dio” degli inizi degli anni ’50?

Oggi, in casa nostra, ne abbiamo nel pubblico un colossale esempio. E’ il sistema pensionistico. All’inizio, venne impostato secondo i sani criteri del sistema assicurativo, ispirati inizialmente alle società di mutuo soccorso e poi alle compagnie di assicurazione; basati sul principio di capitalizzazione, anche in immobili a reddito.
Poi una costante erosione degli accantonamenti, per fronteggiare le spese correnti. Ed ora un delicato equilibrio tra queste ultime e le contribuzioni.

Taluni chiedono che si proceda ad una ristrutturazione dell’istituto, abbandonando il vigente sistema di ripartizione basato sull’ equivoco per cui i lavoratori dovrebbero credere di versare i contributi sociali per la loro pensione, mentre in realtà le somme versate sono utilizzate per pagare le pensioni di quelli che già ne usufruiscono.

Consideriamo che, dopo aver praticato la politica della cicala in tempi prosperi, non è facile ora, in tempi di conti risicati, scorporare parte delle contribuzioni per permettere una capitalizzazione ovvero una garanzia alternativa o suppletiva che sia. Per cui sarebbe già una bella cosa riuscire – forti del fatto che non è possibile qui chiedere il rimborso anticipato del capitale – a mantenere in piedi lo “schema Ponzi” senza ulteriori aggravi.

Ma certamente la consapevolezza di questa situazione deve indurci a riflettere seriamente sulla esigenza di riordinare e razionalizzare il sistema pensionistico, eliminando sperequazioni e incongruenze, soprattutto non dilatando ulteriormente il welfare sociale.

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Tigullio, il vero disastro che non si vede – Il danneggiamento del patrimonio naturale – Instat, Istituto Nazionale di Studi per la tutela dell’ ambiente e del territorio – informa

I N S T A T
Istituto Nazionale di Studi per la tutela dell’ Ambiente e del Territorio
Informa

 

TIGULLIO, IL VERO DISASTRO CHE NON SI VEDE

Il compositore Dino Betti van der Noot dopo la burrasca dello scorso 29 ottobre

Da Portofino

Dal pomeriggio, fino alla notte del 29 ottobre 2018, una tempesta di immane forza si è abbattuta sulla costa ligure di Levante, con venti di 150 chilometri orari e onde alte 8 metri. Devastato, in particolare, il Golfo del Tigullio: “Mai si era visto, a memoria storica, un fenomeno simile, ben peggiore della mareggiata di una ventina di anni fa”  ricorda ancora emozionato  Dino Betti van der Noot, jazzista, compositore e direttore noto in Italia e all’estero.

A Rapallo, dove è nato, tiene la barca, ma risiede a Portofino, sul Monte, e conosce ogni metro di costa, ogni scoglio, ogni abitazione, ogni segreto di quei luoghi.

Era qui quella notte?

“No, ero bloccato a Milano, ma ho seguito minuto per minuto, al telefono con amici e consoci del Circolo Nautico Rapallo, quanto stava succedendo: ed era una vera diretta, perché la sede del circolo era anche centro di soccorso per chi era rimasto bloccato dalla buriana. Appena ho potuto, mi sono precipitato a Rapallo.  Barche da diporto, piccole e grandi, fino a maxi yacht, spiaggiate sulla passeggiata a mare o affondate nella rada e nei bacini portuali; relitti parzialmente affioranti; la diga foranea spazzata via dalla violenza del mare. Il porto sembrava uscito da un bombardamento aereo. La litoranea verso Portofino crollata alla Cervara, seppellendo la spiaggia sottostante di macigni e di asfalto. Il faro di Portofino praticamente esploso, il fanale di Santa Margherita piegato a elle, quello di Rapallo scomparso in mare. Locali famosi come il Covo quasi distrutti, danneggiate costruzioni che per secoli mai erano state toccate dalle mareggiate”.

Ma, in definitiva, si tratta di opere umane che sarà possibile ripristinare.

“Certamente, e l’indomito spirito ligure si è subito palesato nell’attività di ricostruzione, dove è risultata evidente la solidarietà insita nella gente che ha a che fare col mare. Ma sono i danni subiti dalla natura che sono quasi irreparabili: quelli visibili e soprattutto quelli che non si vedono. Anche se la natura ha risorse che sono superiori a quanto non si creda”.

Ce li descrive?

“Il profilo della costa, innanzitutto, dalle spiagge divorate dai flutti agli scogli rasi al mare. Tra questi, quelli simbolo: la ‘carega du vescuvu’ sotto la Cervara, prima di Paraggi, che ha perso mezza spalliera; l’alto scoglio della Punta del Diavolo in località Pozzetto di Rapallo, ridotto a una piattaforma appena sopra il livello dell’acqua; altri scogli prima ben visibili ridotti a pelo d’acqua, con l’ovvia necessità di mettere mano anche a carte nautiche e portolani”.

E la parte che non si vede, il fondo marino?

“È quella che ha subito i danni più gravi. L’intero ecosistema è stato sconvolto. Spazzate via le praterie di posidonia, habitat di pesci e crostacei e delle famose conchiglie nere fotografate dai sub. Si suppone che il fondale si sia modificato, in maniera marcata, con possibili diminuzioni notevoli della profondità che, come dicevo, dovranno essere scandagliate e riportate su nuove carte nautiche”.

La componente umana ha influito in qualche maniera?

“Enormemente, anche se involontariamente. Centinaia di barche di ogni dimensione, compresi motopescherecci, sono state colpite: alcune, meno danneggiate, sono state trasportate nei cantieri per le riparazioni, altre si sono letteralmente disintegrate. Realizzate in vetroresina, schegge e minuscoli pezzi si sono sparsi sulla costa e sulle spiagge, visibili perciò asportabili. Ma questi frammenti si sono anche in gran parte depositati sul fondale, dove sarà difficilissimo operare una pulizia, o si sono incuneati fra le rocce delle scogliere. In mare si è poi riversato certamente del carburante, ma probabilmente in misura inferiore a quanto si potesse temere”.

Le operazioni di primo intervento sono state efficienti?

“Ho visto un lavoro ordinato e, mi sembra, ben coordinato, nonostante le estreme difficoltà del momento e la necessità di fare in fretta.”

Lei ha testimoniato tutto questo in una recente trasmissione Rai. Ma non era possibile prevedere quanto accaduto e realizzare opere in grado di prevenirlo?

“Difficile affermarlo. Dopo la mareggiata di venti anni fa, è stata rinforzata la diga foranea a protezione del porto di Rapallo: ma evidentemente i cambiamenti climatici sono più rapidi e intensi di quanto fosse previsto. Ha resistito invece molto bene il vecchio molo Langano, anche perché la furia del mare gli arrivava addosso in parte attenuata dalle infrastrutture del Porto Riva. Devo aggiungere che, solitamente, le mareggiate sono causate da venti che provengono da Sud-Est o da Sud-Ovest: questa volta però il vento – eccezionale, ricordiamolo – veniva esattamente da Sud, con le onde che riempivano la baia come fosse una tazza, alzando notevolmente il livello dell’acqua”.

Quale conclusione trae da quanto è avvenuto?

“Prepararci purtroppo a convivere con la follia del cambiamento climatico che alcuni, a cominciare dal presidente Trump, continuano a negare. E tentare preventivamente, adottando le tecnologie che pure abbiamo a disposizione, di limitarne le conseguenze. È una questione di sensibilità della gente, di educazione da parte delle famiglie e della scuola, e naturalmente di volontà politica”.

Intervista raccolta per INSTAT da Benito Sicchiero

Dino Betti van der Noot
Anche Portofino ha le sue stelle, come Dino Betti van der Noot, jazzista, compositore e direttore d’orchestra, autore di ben tredici dischi, e sei volte vincitore del referendum del mensile Musica Jazz, quale miglior compositore dell’anno. Ottantadue anni portati con grande leggerezza e ottimismo, è un interessante misto come la sua musica, ricca di sfumature sempre diverse e inattese: ligure perché nato a Rapallo, ma per metà lussemburghese, vive fra Milano e Portofino, dopo aver passato una vita lavorativa a Milano come pubblicitario di successo (ha creato, tra le molte campagne, anche il famoso Ba-Ba-Bauli). Sportivo, e precisamente velista, studi in economia, anche se è difficile immaginarlo come un uomo di numeri. E anche la sua testimonianza è quella di un cronista provetto.

Foto:
La “Punta del Diavolo” in località Pozzetto di Rapallo, prima e dopo la burrasca

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QN Il Giorno pag. 31 – 29.12.2018 Orgoglio e cultura (Achille Colombo Clerici)

Siamo spesso accusati dagli stranieri di un certo compiacimento nell’autocritica: si tratti di vita politica, sociale od economica, non fa differenza.

Di dipingerci, in altre parole, come infelici residenti in un Paese nel quale poco o nulla funziona, e dal quale, se appena potessimo, ce ne andremmo volentieri. Una forma di autolesionismo questa che è motivo di stupore per gli stranieri, la maggior parte dei quali viceversa ci invidia la qualità di vita. Tanto che l’Italia è ai primissimi posti al mondo quanto a luoghi nei quali si amerebbe vivere: per le bellezze paesaggistiche, la cultura, le tradizioni popolari, i monumenti, il welfare, l’enogastronomia, e tanto altro.

Ebbene, almeno secondo una ricerca del Pew Research Centre – think tank di Washington che fornisce informazioni su problemi sociali, opinione pubblica, andamenti demografici mondiali – perlomeno sotto un aspetto non ci autodenigriamo: quando valutiamo la nostra cultura rispetto a quella di altri Paesi.

La domanda posta agli intervistati era: “Il nostro Paese non è perfetto, ma la nostra cultura è superiore a quella degli altri?”. Il 47% degli italiani la ritiene superiore: due punti più della Germania, uno più della Gran Bretagna, addirittura 11 punti più della Francia; mentre fanalino di coda, tra i maggiori Paesi dell’Unione, è la Spagna, al 20% di autovalutazione positiva.

Ma la ricerca rivela anche dati sconcertanti: il 58% dei norvegesi si ritiene, sempre culturalmente, superiore agli altri. E, inspiegabilmente, sono convinti di ciò i greci (89%), i bulgari (69%), i bosniaci (68%), i romeni (66%).

Non è facile interpretare questi dati (e infatti la ricerca si guarda bene dal farlo). In parte, come nel caso della Norvegia, si può giustificare con l’alto livello sociale, oltreché economico.

Ma negli altri casi?
Una spiegazione possibile è l’orgoglio nazionale: giustificabile nel caso greco, un piccolo Paese che ha plasmato il mondo occidentale; ma per millenni è stato dominato da stranieri – romani,  franchi, turchi, ad esempio – e fino all’entrata nell’Unione Europea, circondato da nazioni ostili. Sentimento presente anche negli altri Paesi citati, di recente e recentissima indipendenza.

Consola la – più che giustificata – buona posizione in classifica di noi italiani. Cominciamo a renderci conto che l’erba del vicino non sempre è più verde.

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The European House Ambrosetti, Ricerca sul contributo del Gruppo Iren a Genova e in Liguria per la creazione di valore sul territorio – Presentazione a Genova – Europasia informa

Informa

 

Ricerca di The European House – Ambrosetti sul contributo del Gruppo Iren a Genova e in Liguria per la creazione di valore sul territorio

INVESTITI 293 MILIONI, 3000 POSTI DI LAVORO

In Liguria Iren negli ultimi 5 anni ha investito 293 milioni di euro e nel solo 2017 nel servizio idrico integrato sono stati circa 55,8 i milioni di euro investiti, creando un contributo occupazionale di oltre 3 mila posti di lavoro tra effetto diretto, indiretto e indotto.
Sono solo alcuni dei principali dati territoriali emersi dalla ricerca “Il contributo di Iren alla creazione di valore per i territori e nelle città” realizzata da The European House – Ambrosetti che, in collaborazione con Iren, ha organizzato l’incontro, a Villa del Principe in Genova, “Orientati al futuro. Strategie di sviluppo e valorizzazione dei territori” cui hanno partecipato, tra gli altri,
il Sindaco di Genova Marco Bucci,
Valerio De Molli Managing Partner e CEO di The European House – Ambrosetti,
Paolo Peveraro e Massimiliano Bianco, rispettivamente Presidente e AD del Gruppo Iren.

Iren rappresenta una realtà industriale di primaria importanza a livello nazionale, posizionandosi – con un fatturato 2017 di 3.7 miliardi di euro – 25esima tra tutte le aziende del comparto industriale italiano, 6a nel proprio settore di riferimento e 3a tra i comparable, con un tasso di crescita dei ricavi del 9,3% tra il 2015 e il 2017 rispetto a una media dell’industria italiana dell’1,5%.

Valerio De Molli, Managing Partner & CEO, The European House – Ambrosetti, ha dichiarato “Siamo in un momento di grande trasformazione per i territori, che si ritrovano ad affrontare nuove sfide in diversi settori. In questo contesto, le multiutility possono rappresentare un attore chiave per il loro sviluppo, fungendo da catalizzatori per un cambiamento positivo. Il caso di Iren ci dimostra come questo sia possibile, coniugando un elevato contributo economico e sociale con un’attenzione per la sostenibilità ambientale e un sostegno al sistema dell’innovazione di grande rilevanza.”

Tra gli invitati il presidente di Assoedilizia e di Europasia Achille Colombo Clerici.