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Premio Gea e HBR Italia 2017 “Eccellenze d’Impresa” – Dibattito Tecnologie robotiche, nuova rivoluzione industriale – Borsa di Milano Palazzo Mezzanotte – IEA informa

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Il convegno per il Premio “Eccellenze d’Impresa 2017” di Gea e HBR Italia

TECNOLOGIE ROBOTICHE, NUOVA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Le nuove tecnologie robotiche cancelleranno l’occupazione com’è stata sin qui intesa. Il posto fisso, la pensione sono quantomeno incerti; il punto vendita (dal negozietto sottocasa al centro commerciale) se non è morto, certo non gode buona salute; nuove professioni, nuovi lavori prenderanno il posto di quelli obsoleti.

La rivoluzione industriale che stiamo vivendo impone perciò nuova conoscenza, nuovo welfare, nuova fiscalità.

Se ne è discusso a Palazzo Mezzanotte al convegno per l’assegnazione dei riconoscimenti del Premio Eccellenze d’Impresa per il 2017. Il Premio, promosso da GEA e Harvard Business Review Italia con il patrocinio di Borsa Italiana, è giunto quest’anno alla quarta edizione ed è diretto a premiare le imprese eccellenti nel campo dell’innovazione, dell’internazionalizzazione, della capacità reddituale, delle risorse umane e dei talenti, della leadership e di etica e sostenibilità. Un premio aggiuntivo è stato assegnato alle start-up.

La tavola rotonda coordinata dal presidente di Gea, Luigi Consiglio, e dal direttore responsabile di Harvard Business Review Italia, Enrico Sassoon, sul tema “Tecnologia e occupazione: governare il cambiamento per non subirlo”,  è stato seguito con molta attenzione dai selezionati invitati, tra i quali il presidente di Assoedilizia e dell’Istituto Europa Asia Achille Colombo Clerici, l’ex presidente della Camera della Moda Mario Boselli, il presidente di Isagro e di The Ruling Companies Giorgio Basile.

Relatori Andrea Cuomo, vicepresidente esecutivo di STMicroelectronics; Marco Fortis, direttore di Fondazione Edison; Gianluca Rana, amministratore delegato, Pastificio Rana; Cristina Scocchia, amministratore delegato di Kiko; Luisa Todini, Presidente di Todini Costruzioni Generali.

La macchina può sostituire l’uomo in determinate attività, ma la sua funzione principale sarà di fornirgli elementi di conoscenza tali da consentirgli di prendere le scelte giuste, come avviene in medicina. In questo campo l’Italia è all’avanguardia, così come negli investimenti in tecnologia che, grazie agli strumenti fiscali, hanno consentito in questi ultimi tre anni di superare Francia e Germania per tasso di innovazione. E per gestire tale tecnologia occorre personale qualificato, la vera sfida nel rapporto scuola-lavoro.

Se in campo imprenditoriale la tecnologia sta riducendo le distanze tra grande e piccola impresa, è nella vita di ognuno di noi che essa avrà l’impatto più consistente.  Le prospettive sono interessanti, almeno in teoria: partono da una attesa di vita che, tra un paio di generazioni, potrà esser superiore a quella di oggi di 15-20 anni; dalla possibilità di dedicarsi maggiormente ad attività più gratificanti grazie a formule di “reddito di cittadinanza” che ridurranno le necessità primarie  di sussistenza e di abitazione. E c’è ottimismo anche per la sopravvivenza del negozio la cui funzione di vetrina non è sostituibile dalle immagini offerte dai siti di vendita in rete: nel negozio l’oggetto si tocca, si valuta, si prova anche se poi si acquista su Amazon. Va trovata una integrazione tra le due realtà.

Le nuove tecnologie modificheranno il mondo del lavoro ed è importante la formazione per prepararsi a questi cambiamenti.

Saremo in grado di gestirli evitando sconvolgimenti sociali?

Foto:
Luigi Consiglio e Achille Colombo Clerici

 

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Un accordo per l’Europa – Il Giorno del 17 ottobre 2017 di Achille Colombo Clerici

L’ euro, nato da un accordo “politico” tra Francia e Germania   in concomitanza con la riunificazione di quest’ultima, è stato codificato dal Trattato di Maastricht, ma si è dimostrato inadeguato a fronte della grande prova della recessione del 2007, partita dagli Usa, ma con ricaduta più pesante in Europa, dove si trascina ancora generando quel fenomeno di rigetto da parte degli elettori che viene indicato come “populismo”. Lo ha affermato Lucrezia Reichlin, professore alla London Business School, editorialista di economia, intervenendo con Enrico Letta al XXVI Incontro organizzato dalla famiglia Belgiojoso nel Castello di Caidate (Varese).

Il banco di prova dell’inadeguatezza delle norme della moneta unica è stata la Grecia (ma potevano esserlo l’Italia, la Spagna, il Portogallo). Le regole dell’euro si basano, sostanzialmente su: limiti al deficit di bilancio ed al debito sovrano, niente aiuti da uno Stato a un altro, piombatura del sistema bancario, niente emissione nazionale di nuova moneta. In tali condizioni la ristrutturazione del debito pubblico di un Paese in difficoltà – cioè ripagare i creditori solo in parte – si dimostra una via non praticabile anche per l’interconnessione del sistema finanziario internazionale.

Quanto poi al risanamento dei sistemi bancari, alcuni Stati, fra cui la Germania, hanno potuto procedere alla copertura della massa dei derivati, dei futures e dei non performing loans, addossandone il carico alla spesa pubblica. Altri, come l’Italia, non l’hanno fatto a causa dell’elevato ammontare del debito pubblico e, avendo rinviata l’operazione, si trovano oggi a far i conti con le regole del “bail in”, che impediscono l’aiuto di Stato.

In concreto: un Paese in crisi non può, in pratica, uscire dall’euro, ma non può neppure essere aiutato ad uscire dalla crisi stessa. E non tutti gli stati, e l’Italia in particolare, sono fuori pericolo.

In Europa, tutti concordano che è necessaria una riforma delle regole sull’euro. Ma si confrontano due scuole di pensiero tra chi ritiene (Germania) di affidare tutto al mercato  e chi (Francia) punta ad avere una condivisione dei rischi tra Paesi più forti e Paesi più deboli.

Se non si trova un accordo,  la moneta unica rischia di saltare e di far fallire il grandioso sogno di un’ Europa faro di civiltà per il mondo.

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“Corso di introduzione alla politica” Diocesi di Milano, Curia Arcivescovile Milano – Collaborazione di Università Cattolica Sacro Cuore di Milano Justitia e Giuristi Cattolici, Ispi Istituto di Studi di Politica Internazionale – IEA informa

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Si inaugurano venerdì 19 ottobre alla Villa della Gazzada (Va) i corsi ” Un mondo senza politica?” di formazione alla politica promossi ed organizzati dalla Arcidiocesi di Milano per l’Anno 2017/2018.

Achille Colombo Clerici pres. dell’Istituto Europa Asia commenta:
“Un mondo senza politica?” Una domanda che ha una duplice declinazione.
Se si tratta in generale di una assenza di politica dalla vita dell’umanità, la risposta è senz’altro negativa. Ma, se si tratta di un rifiuto dell’attuale “piccolo cabotaggio politico” che mira principalmente alla sopravvivenza della propria parte o del proprio partito, come sta avvenendo ormai nel nostro Paese, la risposta potrebbe essere sì.

E’ indubbio comunque che la politica debba tendere alla democrazia, peraltro in affanno in tutto il mondo. In pochi anni essa è scomparsa in una decina di paesi, sostituita da regimi autoritari.

In molte di quelle democrazie che restano, avanzano gli “uomini forti”, scelti da un elettorato impoverito dalla crisi, insicuro e timoroso, che dice no alla politica come è stata sin qui intesa, rivelatasi incapace di offrire valide risposte alle sue istanze.

Dopo i limiti rivelati dai “governi tecnici”, autoreferenziali, è il momento che uomini di buona volontà, formati ad un solido impegno di politica vissuta e non improvvisata, si attivino per formare una nuova classe dirigente.

E’ l’obiettivo di un corso promosso – sull’onda della sollecitazione e dell’invito di Papa Francesco ai giovani affinché si impegnino in una politica ispirata ai valori morali – da Arcidiocesi di Milano in collaborazione con Università Cattolica, ISPI e Iustitia, la Rivista dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani.

Se è impossibile per una società moderna, ma per l’umanità in generale, fare a meno della politica, è altrettanto vero che essa deve saper rispondere agli interessi della collettività sulla base di principi di convivenza e compartecipazione, e non a tatticismi, personalismi e interessi di parte.

Soprattutto in un’epoca quale la nostra, nella quale si registrano due dati fondamentali: l’affiancarsi al pensante umano del  pensante non umano, che elabora concetti, sulla base della cosiddetta intelligenza artificiale; e, d’altro lato, le grandi migrazioni che possono far pensare a ciò che rappresentavano, in altre epoche storiche, le invasioni barbariche (come ha osservato Luciano Violante nel corso del dibattito introduttivo dei corsi) la politica, in quanto portatrice di pietas, di umanità, cioè di valori morali, deve essere il fattore cardine sul quale basare – al di là degli asettici tecnicismi privi di ogni moto dello spirito – il governo della cosa pubblica.”

Foto d’archivio:
l’Arcivescovo Mons. Mario Delpini, Mons. Luigi Manganini, il pres. IEA Achille Colombo Clerici, il Dir. di Justitia Benito Perrone

Lettera dell’Avvocato Benito Perrone ai lettori di Iustitia:
Lettera Avvocato Perrone ai lettori di Iustitia

programma del Corso
Programma corso politica

elenco dei docenti
elenco docenti corso politica

articolo Educare alla politica
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“Il Nord ha le sue ragioni” Il Giorno del 14 ottobre 2017 di Achille Colombo Clerici

Se la questione meridionale italiana da quasi un secolo è al centro del dibattito storiografico e politico nel nostro Paese, scarsa attenzione viene data alla questione lombarda che si inserisce, più in generale, nella questione settentrionale, il cui confine è tracciato dal perimetro delle cosiddette regioni a residuo fiscale

negativo: cioè di quelle regioni che allo Stato danno in tasse più di quanto ricevono in servizi. Si delinea un’area geografica comprendente le regioni del Nord, un’area entro la quale si riscontra una certa omogeneità storico cultural-sociale, ed economica. Anche se dobbiamo dire che, grazie a Milano, la Lombardia è la regione che più assomiglia ad uno stato autonomo, nel quale esiste in modo inequivocabile un vero riconoscibile polo di potere socio-economico-amministrativo a reggerne la vita. La questione settentrionale potrebbe oggi, per grandi linee, affacciarsi nei termini problematici del compito e della responsabilità, maturati sul piano storico, delle Regioni del Nord di tenere agganciato il Paese al mondo internazionale. Mentre le risorse per consentire questo compito non sono per niente definite. Anzi, non se ne parla nemmeno.

Se a seguito della conseguente sottodotazione di infrastrutture e di strutture di servizio esse sono costrette a frenare il passo ad esser danneggiato è l’intero Paese.

L’ assistenzialismo centralistico verso le regioni del Sud ha dato luogo a ingenti trasferimenti finanziari alle famiglie senza la contestuale creazione di nuovi posti di lavoro. Si è in tal modo sviluppato un modello di società dei consumi senza una corrispondente produzione. Lo Stato Italiano ha sottratto ingenti risorse finanziarie agli investimenti in infrastrutture di servizio, tanto al Nord, quanto al Sud; dove peraltro gli investimenti realizzati non hanno dato i risultati ipotizzati. La soluzione? Alcuni sostengono un’idea più avanzata sul piano del federalismo”, soprattutto in campo fiscale; altri più sfumatamente parlano di “regionalismo”, in aderenza sostanzialmente all’idea di una maggiore autonomia dell’ente locale.

Ma poi inevitabilmente nelle risposte degli uni e degli altri emergono tutte le tematiche del dibattito generale: dai principi di interdipendenza, di sussidiarietà, di solidarietà, al policentrismo ed al cosmopolitismo.
Il tutto inquadrato in un sistema che sia in grado di conciliare le esigenze di autogoverno-partecipazione locale, con la salvaguardia del principio di unità-solidarietà nazionale.

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Piero Fassino – “PD davvero” presentazione del libro alla Sala Buzzati Fondazione del Corriere della Sera – IEA informa

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Piero Fassino e il suo libro “Pd davvero” alla Fondazione Corriere della Sera

SIAMO LA PIU’ VALIDA BARRIERA IN EUROPA CONTRO DESTRE E POPULISMI

“Il Pd resta il più grande partito di sinistra d’Europa, la più valida barriera contro destre e populismi”. E’ con orgoglio che uno dei suoi padri, Piero Fassino, ha presentato con il ministro Maurizio Martina, coordinatore Antonio Polito, alla Sala Buzzati della Fondazione Corriere della Sera di Milano il suo ultimo libro “Pd davvero. Quale futuro per il partito democratico?”.

Un futuro che appare piuttosto complicato, come lo fu la sua gestazione e la sua nascita fondendo due anime – la cattolica progressista e la sinistra riformista – in un solo soggetto politico. Un parto che coincise con un anno particolarmente avverso, il 2007, inizio negli Usa della più grave recessione del dopoguerra causata dal turbocapitalismo che ancora semina danni nel cosiddetto “mondo occidentale”.

Fassino mette a confronto gli anni d’oro della sinistra con il presente incerto e il futuro ancora di più. “Allora riuscimmo – dice – a socializzare il mercato. Oggi il socialismo è in crisi dovunque – in Francia è al 6%, in Olanda al 5, ai minimi storici in Germania, in America ha vinto Trump – perché si sono rivelati vani i tentativi di Blair, di Clinton, di Hollande di fornire una guida democratica alla globalizzazione”. Il tema comune in tutto il mondo di oggi è una ideologia di liberalismo estremo dei mercati che sta creando ovunque lo stesso schema di ineguaglianze sociali. E non ci sarà una soluzione che non sia una soluzione comune, internazionale. Il problema è che non esiste un governo mondiale, un sindacato mondiale cui proporre una guida politica.

Sui problemi di casa nostra è intervenuto Martina – che Fassino ha definito uno dei suoi figli politici migliori assieme a Minniti, Pinotti, Orlando, Poletti, Finocchiaro tutti provenienti dal Pci –  il quale ha addebitato alla sconfitta sul referendum di dicembre l’impasse attuale della nostra politica.

E sulla legge elettorale qual è il parere del politico-scrittore? “Un passo avanti”. In tutta Europa si sta passando dal bipartitismo, alternanza al potere dell’uno e dell’altro, al bipolarismo. E’ inevitabile che questo succeda anche in Italia dove si confrontano molte culture: liberale, cattolica, socialista, ambientalista. Qualunque sia il risultato elettorale, comunque, “senza di noi il centrosinistra non si fa anche da soli non riusciremo a farlo”. Porte aperte a chi ci sta, anche se sono gli scissionisti per i quali, secondo Fassino, non c’è futuro. Una scissione che ha costi pesanti perché ha indebolito il Pd a favore della destra e dei Cinquestelle. I vantaggi? Nulli. Di fronte a una opinione pubblica che ha perso fiducia nei partiti, si spera forse che la nascita di uno nuovo generi entusiasmo?

Incalzati dalle domande di Polito: “Il Pd mantiene l’impianto valoriale di sinistra, rivendico tutte le scelte fatte in un’ottica progressista” ha risposto Martina. Fassino, che è stato inviato speciale in Birmania per conto dell’Unione Europea, ha spiegato la difficile situazione nella quale è costretta ad operare la premier Aung San Suu Kyi nel dramma della minoranza Rohingya invisa alla stragrande maggioranza della popolazione e oggetto dei pesanti attacchi dei militari che ancora oggi condividono il potere nel Paese.

Foto d’archivio:
Piero Fassino con Achille Colombo Clerici pres. IEA

 

 

 

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Rapporto Bergier di Pietro Boschetti – Ed. Giampiero Casagrande Lugano-Milano – Presentazione a Milano – IEA informa

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Presentato a Milano il volume di Pietro Boschetti sul Rapporto Bergier

SVIZZERA, LUCI ED OMBRE DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Come la Svizzera si è comportata durante il secondo conflitto mondiale nei confronti di rifugiati, esuli e loro beni, quali rapporti con i Paesi confinanti – tra i quali l’opprimente Germania nazista – tutti in guerra? E, di particolare interesse per noi italiani, quale ruolo ha avuto nel favorire la resistenza all’occupazione nazifascista dopo l’8 settembre 1943? Fu tutto e sempre limpido il suo operato?

Domande che suscitano interesse in una minoranza ancora convinta – nell’era dell’informazione liquida – che la storia ci aiuti a capire quello che siamo e quello che saremo. E che hanno trovato esaustive risposte nella presentazione del volume di Pietro Boschetti “La Svizzera e la seconda Guerra Mondiale nel Rapporto Bergier” fortemente voluto dall’editore in Lugano e Milano Giampiero Casagrande, avvenuta nella Sala Napoleonica dell’Università degli Studi di Milano che con il Dipartimento di Studi Storici, il Centro di ricerca “Bruno Caizzi” e il Centro Studi di Politica Estera hanno promosso l’iniziativa. Relatori Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera; Georg Kreis, Università di Basilea, già membro della Commissione Bergier; Sandro Guzzi-Heeb, Università di Losanna; Alfredo Canavero, Università degli Studi di Milano. Moderatrice Marina Cavallera dello stesso ateneo.

Per molti anni dopo la fine del conflitto la Svizzera ha goduto di grande prestigio per l’immagine di rifugio di perseguitati dal nazifascismo, in primis gli ebrei. Ma uno studioso della realtà elvetica, Jean-François Bergier, docente in diversi atenei svizzeri ed europei, nonostante le resistenze dalla parte più conservatrice del Paese, ricevette dal Parlamento e dal Consiglio federale svizzeri l’incarico di presiedere una Commissione composta anche da stranieri che facesse luce su quegli anni terribili.

Sa va riconosciuto agli svizzeri il coraggio e l’onestà di aver voluto voler fare i conti con il passato – virtù che l’Italia ha avuto  solo relativamente – è anche vero che nelle 11.000 pagine del Rapporto di cui il libro parla, il fulgore del Paese si è un po’ appannato. Sono emersi compromessi con il nazismo, il respingimento di 30.000 ebrei, condizioni piuttosto dure riservate ai rifugiati politici privi di risorse economiche, incerto destino dei capitali depositati nelle banche svizzere dalle vittime delle persecuzioni.

La Confederazione si mostrò particolarmente benigna nei confronti degli italiani, una tradizione dai tempi di Garibaldi. Due grandi milanesi, Tommaso Gallarati Scotti e Stefano Jacini, che si erano esposti nell’attività antifascista, vi trovarono rifugio continuando a svolgere opera di coordinamento e di proselitismo e di aiuto anche materiale nei confronti dei connazionali esuli; Luigi Einaudi, Concetto Marchesi, Cadorna e Ferruccio Parri andavano e venivano con relativa facilità dall’Italia occupata mantenendo costanti rapporti tra i capi dell’intelligence americana ed inglese e la Resistenza. La rifugiata più illustre, Maria Josè, moglie del principe Umberto, divenne la “regina” de facto. In terra elvetica si formò la nuova classe dirigente dell’Italia democratica.

A tanti anni di distanza la Svizzera liberale in economia e socialista insieme era (e rimane) un caso unico al mondo. Se si vuole, un esempio.

Foto: l’ Editore Giampiero Casagrande

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Referendum Lombardia – Dibattito al Collegio Augustinianum presso l’Università Cattolica di Milano – Roberto Maroni, Renato Balduzzi – ott. 2017 – IEA

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Maroni e Balduzzi al Collegio Augustinianum dell’Università Cattolica di Milano

MAGGIORE AUTONOMIA ALLE REGIONI VIRTUOSE

La Lombardia è, nell’Unione Europea, una regione “speciale”: per numero di abitanti – oltre 10 milioni, sarebbe il sesto Paese – 800.000 imprese, produce il 20% del Pil nazionale, conta 11 siti Unesco patrimonio dell’umanità su 53 italiani, investe il 3% del Pil in ricerca, il suo capoluogo, Milano, ha il più alto numero di rappresentanze consolari al mondo. Inoltre, il residuo fiscale – cioè la differenza tra quanto la Lombardia dà allo Stato e quanto riceve in servizi – è di 53 miliardi di euro: per fare un esempio, la Catalogna che chiede l’indipendenza dalla Spagna, ha un residuo fiscale di 8 miliardi, la Baviera di 1,5 miliardi (entrambe queste regioni fanno parte, con il Rhone Alpes ed il Wurttemberg delle quattro regioni “motori d’Europa”).

La specialità della Lombardia in definitiva si esprime nel fatto che, a seguito di una serie di eccellenze nel diversi campi, da quello cultural sociale a quello economico, la nostra Regione ha assunto storicamente il ruolo e la responsabilità di mantenere agganciata l’intera Italia al mondo internazionale.

Orbene, se a seguito di una sottodotazione di infrastrutture e strutture di servizio essa è costretta a frenare il passo ad esser danneggiato è l’intero Paese.

Il referendum del 22 ottobre non chiede certo l’indipendenza della Regione, ma una maggiore equità nella distribuzione delle risorse, pari alla metà del residuo fiscale.

Con questi incontestabili dati il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni ha parlato ai giovani allievi del Collegio Augustinianum – fondato a Milano da Agostino Gemelli nel 1933 al fine di offrire la possibilità di studiare all’Università Cattolica del Sacro Cuore a studenti capaci e meritevoli, fuori sede, ospitandoli durante il periodo degli studi universitari – intervenendo al percorso di approfondimento “Il regionalismo italiano. Quali prospettive per il futuro?”.

Maroni e il co-relatore Renato Balduzzi, ordinario di Diritto costituzionale alla Cattolica, già presidente della Commissione bicamerale per le questioni regionali, Ministro della Sanità ed attualmente membro del CSM, sono stati presentati in un’aula affollatissima da Andrea Patanè, vice direttore del Collegio. Tra gli invitati di spicco il presidente di Assoedilizia e dell’Istituto Europa Asia Achille Colombo Clerici che, a margine dei lavori, ha ricordato agli studenti il suo pluridecennale rapporto con il Collegio citando due illustri amici, che vi erano ospiti all’epoca dei loro studi alla Cattolica: Romano Prodi e Tiziano Treu.
Presenti, oltre al Sottosegretario alla Presidenza della Regione, Gustavo Cioppa, la Pres. del Tribunale di Pavia Annamaria Gatto, la Pres. dell’Anac Lombardia Adriana Garrammone, la Soprintendente ai Monumenti di Milano. Antonella Ranaldi, il Pres. della sezione del Lavoro del Tribunale di Milano Pietro Martello, la Pres. dell’Ordine dei Commercialisti di Milano Marcella Caradonna.

Balduzzi, dopo aver fatto presente che nessun effetto nemmeno politico può derivare in materia fiscale-finanziaria dall’ intesa attuativa dell’art. 116 Costituz., ai sensi delll’art. 119, in quanto essa non può comprendere la revisione del residuo fiscale; ha ricordato la lungimiranza dei padri costituenti nell’istituire le regioni a statuto speciale, esempio seguito anche dalla Francia, lo Stato più centralista del Continente.

Quanto ai principi cardine del regionalismo differenziato Balduzzi ha ricordato la sentenza della Corte Costituzionale n. 118/2015 sull’art. 116 della Costituzione, che pose dei precisi paletti.

La Regione Veneto perse perché la Corte dichiarò che non si poteva proporre preventivamente un referendum teso alla richiesta di una riforma.

Ancor più del referendum proposto dal Veneto, di stampo maggiormente “catalano”, quello lombardo mantiene saldo il principio dell’unità e dell’indivisibilità della Repubblica.

Per Maroni, la funzione delle Regioni, ordinarie o speciali che siano, è molto importante. Lo confermano, tra l’altro, iniziative poco note quali la farmaco vigilanza; oppure rivelando allo Stato miope le conseguenze sociali del proliferare del gioco d’azzardo.

Ci sono voluti 22 anni prima che il dettato costituzionale sulle Regioni diventasse realtà; oggi è il momento di un ulteriore passo in avanti, visto che la trasformazione del Senato in Camera delle Regioni e la modifica dell’art. 116 sono state respinte dalla volontà popolare (referendum dello scorso dicembre) a causa dell’incapacità della politica.  E’ necessario riprendere il discorso interrotto, coniugando differenziazione con una più forte autonomia delle Regioni che permetta particolari tipi di devoluzione di responsabilità alle Regioni virtuose e meritevoli, ossia nel caso in cui le stesse presentino dei bilanci in regola.

E dunque, il processo per sviluppare l’art. 116 della Costituzione italiana non è affatto antistorico.

Foto:

– Roberto Maroni e Achille Colombo Clerici

– da sin. Renato Balduzzi, Gustavo Cioppa, Pietro Martello pres. Tribunale Milano sez. Lavoro, Achille Colombo Clerici, Annamaria Gatto pres. Tribunale Pavia

– Renato Balduzzi con Achille Colombo Clerici